
Il giuramento di Pontida (Giuseppe Mazza, 1851).
È stato uno dei momenti più importanti della storia italiana, capace di ispirare i poeti del Risorgimento e i politici della Seconda Repubblica. Caricato di sublimi paradossi, è diventato vessillo e simbolo di chi voleva unire l’Italia divisa e di chi voleva dividere l’Italia unita.
Senza dubbio uno straordinario risultato, per un evento che – con tutta probabilità – non è mai accaduto.
Il Giuramento di Pontida è, secondo la tradizione, l’atto solenne con cui il 7 aprile 1167 in un’abbazia bergamasca, i comuni di Milano, Lodi, Ferrara, Piacenza e Parma costituivano la Lega Lombarda per combattere insieme Federico Barbarossa. Con il fondamentale sostegno proprio di quella “Roma ladrona”, in mano a papa Alessandro III, al quale la Lega dedicò addirittura una nuova città fondata per l’occasione: Alessandria.
Peccato che quel momento così solenne e cruciale da essere oggi commemorato ogni anno sia da una rievocazione storica che da una manifestazione politica, probabilmente non è mai accaduto. Nessuna fonte contemporanea, infatti, ne parla. La sua prima menzione risale al 1505, più di tre secoli dopo.
Quel che è certo, invece, è che i comuni della Lega Lombarda avessero sottoscritto dei patti per contrastare l’egemonia del Barbarossa aiutandosi a vicenda.
I documenti dell’epoca, però, non citano né date né luoghi. La Cronaca Piacentina si limita a riportare che “Nell’Anno del Signore 1167 tutte le città della Lombardia e della Marca, eccetto Pavia, hanno concordato di riedificare Milano, che è stata distrutta dall’imperatore Federico”.
Altre fonti attestano diversi giuramenti avvenuti in quell’anno: uno sottoscritto a febbraio tra Bergamo, Brescia, Cremona e Mantova e conosciuto come “Giuramento dei Bergamaschi”, cui si è unita Milano nel mese di marzo, mentre a maggio al gruppo si aggiunge anche Lodi.

L’abbazia di Pontida, nota anche come Monastero di San Giacomo Maggiore, si trova nel territorio del Comune di Pontida, in provincia di Bergamo.
Difficile quindi che a Pontida sia avvenuto davvero qualcosa di particolare, in quel tradizionale 7 aprile citato per la prima volta nel 1505 da Bernardino Corio nella Mediolanensis Patria Historia, che ha poi ispirato tutti i documenti successivi:
“Per il che Milanesi li quali più che veruno altro de Lombardia erano afflicti – scrive Bernardino – in modo che fugire non ardivano né stare puotevano: deliberarono de fare uno concilio inscieme con Cremonesi: Bergamaschi: Bressani: Mantuani: e Ferraresi li quali al septimo d’aprile in el tempo di sancto Jacopo in Pontida nel Bergamascho convenendosi: furono recitate per ciascuno le recevute ingiurie: le quale supportandole: conosceano più non potere vivere per il che ad ogniuno pareva essere melio con honore una sola volta morire: che sotto di tanta Tyrannide vivere”.
Non è da escludere, ovviamente, che Corio abbia potuto accedere a documenti oggi perduti. Ma Pontida o non Pontida, di certo in quei mesi e in quella terra è cambiata la storia e si è alzato uno spartiacque che ha diviso l’alto Medioevo dal basso. Con la Lega Lombarda, infatti, finisce l’epoca feudale e inizia quella dei Comuni.
Va detto che i liberi Comuni della Lombardia riconoscevano l’autorità di Federico Barbarossa come imperatore, ma non potevano accettare il tentativo del tedesco di sopprimere ogni autonomia.
In realtà, almeno in un primo momento, Federico era sceso in Lombardia per mettere pace: i piccoli Comuni di Pavia, Como e Lodi erano in lotta con la potente Milano e – aggrediti – avevano invocato l’intervento dell’imperatore.
Federico aveva approfittato dell’occasione per ribadire, con la prima Dieta di Roncaglia del 1154, l’autorità imperiale sull’Italia. Aveva definito anche i dazi dovuti dai Comuni e distrutto le città ribelli di Asti e Chieri (riconsegnate al Marchese di Monferrato, suo vassallo, a cui si erano ribellate).
Non avendo ottenuto i risultati sperati, quattro anni dopo Federico – forte dell’incoronazione imperiale ottenuta nel frattempo da papa Adriano IV (che a sua volta aveva invocato il suo aiuto per sottomettere il Comune di Roma) – era tornato in Italia, aveva assediato e sconfitto Milano e convocato una seconda dieta. Questa volta le disposizioni erano state molto più drastiche: Barbarossa aveva riservato ogni tributo e regalia all’autorità imperiale, privandone del tutto i Comuni, che di fatto si ritrovavano delegittimati di ogni autorità. L’imperatore aveva anche proibito espressamente la costituzione di leghe tra le città, così come le vendette private tra i feudatari.

Alessandro III ritratto da Spinello Aretino (ca. 1350-1410).
Dopo una nuova sollevazione di Milano era scoppiata un’altra guerra, con Como schierata dalla parte dell’imperatore (il vescovo gli aveva consegnato simbolicamente le chiavi della città) e Milano alla testa di un gruppo di città ribelli. Intanto anche a Roma era cambiata aria: Alessandro III aveva appoggiato i Comuni e Federico aveva reagito con la nomina di un antipapa, Vittore IV. Con il risultato di guadagnarsi la scomunica per sé e per lui.
Il 10 marzo 1162 era finito il nuovo assedio di Milano. Questa volta l’imperatore non aveva avuto pietà: la città era stata distrutta e gli abitanti dispersi. Cinque anni dopo, però, al suo ennesimo ritorno in Italia, Federico era stato accolto freddamente dalle città filo-imperiali. Di fatto gli restava fedele solo Como, mentre tutta Italia si ribellava. A cominciare dal Veneto, dove era nata un’altra Lega che si sarebbe poi unita a quella lombarda.
Il 27 aprile 1167 le forze alleate si presentarono di fronte alle rovine di Milano e cominciarono la ricostruzione incassando l’appoggio degli altri Comuni veneti e lombardi e di papa Alessandro, e poi persino del Regno di Sicilia e dell’impero bizantino. Nel 1168 anche il Marchesato di Monferrato si schierò dalla parte della Lega.
Occupato a risolvere problemi in Germania, Federico tornò in Lombardia solo nel settembre 1174, dove conquistò Susa, Asti, il Monferrato e ancora Alba, Acqui, Pavia e Como e cinse d’assedio Alessandria per 7 mesi.
Tolto l’assedio nella primavera del 1175, si diresse contro l’esercito della Lega. Il 28 maggio 1176 a Legnano, però, l’esercito imperiale sarà sconfitto da quello della Lega capitanato da Guido da Landriano.

Rutger Hauer (Federico I Hohenstaufen) e Raz Degan (Alberto da Giussano) nel film “Barbarossa” del 2009.
È il segno del definitivo tramonto del sogno imperiale e l’alba di una nuova leggenda: quella di Alberto da Giussano.
Il mitico capo della Compagnia della Morte (900 giovani cavalieri scelti con il compito di battersi fino alla morte) sarà citato anche da Goffredo Mameli nell’inno italiano e da Giosuè Carducci. E interpretato da Raz Degan nel film “Barbarossa” di Renzo Martinelli, fortemente voluto e sponsorizzato dalla Lega Nord.
Peccato solo che anche lui non sia mai esistito e che la sua immagine (identificata erroneamente con quella raffigurata nel monumento al Guerriero di Legnano) sia solo frutto di una leggenda tardo medievale.
Arnaldo Casali